Fadumo (Somalia)
Sono nata in una famiglia
modesta, mio padre era commerciante e mia madre era casalinga. Ho un
fratello e cinque sorelle. Sono nata a Mogadiscio ed ero iscritta al
secondo anno di medicina quando è scoppiata la guerra in Somalia. La
guerra è iniziata mercoledì 29 dicembre 1990.
Il 30 dicembre abbiamo
lasciato la nostra casa a Mogadiscio, senza prendere niente. Abbiamo fatto
a piedi quasi 30 chilometri per arrivare ad una città che si chiama
Afgoyo, per andare da mio zio che abitava a Kismayo. Poi abbiamo trovato
per la strada una macchina che andava proprio a Kismayo. Mio zio ci ha
dato una stanza. Eravamo più di trenta parenti rifugiatici da lui, tutti
scappati da Mogadiscio. I bambini e le donne dormivano dentro una stanza,
gli uomini dormivano fuori.
Siamo rimasti qui in
queste condizioni per un mese, senza luce né bagno e l’acqua si andava
a prendere lontano dalla casa, mio zio era molto povero. Poi arrivò la
guerra anche a Kismayo e quindi scappammo in una barca per andare in
Kenya; era la prima volta in vita mia che ho viaggiato per mare. Era una
barca piccola ma piena di gente, eravamo quasi duecento persone. Il
viaggio era lungo: abbiamo impiegato quasi dieci giorni. Il cibo e l’acqua
erano finiti e molti svenivano per la fame e per la sete ed io ero una di
loro. A dire il vero il Kenya non era lontano da Kismayo, ma il
proprietario della barca si fermava ad ogni città per raccogliere gente,
perché ogni persona pagava cento dollari U.S.A., per questo motivo era
finita l’acqua e tutto il cibo.
Mio padre aveva preferito
che viaggiassimo per mare, perché se avessimo viaggiato via terra sarebbe
stato pericoloso per noi cinque donne in quanto possibili vittime di
violenze. E poi siamo arrivati a Mombasa (Kenya), siamo entrati in un
campo profughi che si chiamava Otanga e ci siamo rimasti un anno.
La vita in questo campo è
un’esperienza che non dimenticherò mai per tutta la vita. Il bagno era
in comune, dovevamo fare la fila, pure per l’acqua c’era una fila
lunghissima e così anche per il cibo. Il campo era molto sporco, c’erano
tutti i tipi d’insetti velenosi, zanzare e la mattina ci trovavamo degli
insetti conficcati nei piedi.
Poi ci hanno aiutato i
parenti che abitavano in Egitto e dopo due anni io sono arrivata in
Italia. Non conoscevo nessuno e fortunatamente ho incontrato alla stazione
Termini una mia compagna dell’università in Somalia.
Lei mi ha portato in un
hotel dove non c’era né luce né riscaldamento e il bagno era in
condizioni pietose. Qui sono rimasta qualche mese e poi ho trovato un
lavoro fisso domestico per un anno.
Per me è stata molto dura
all’inizio del mio soggiorno a Roma, perché non ero mai uscita fuori
della mia casa, non ero mai stata lontano dalla mia famiglia: il lavoro
domestico era molto duro e umiliante, perché pensavo sempre di continuare
i miei studi di medicina per potermi laureare e trovare un buon lavoro.
In quest’anno di lavoro
domestico ho potuto mettere da parte un po’ di denaro per poter
sostenere le prime spese universitarie. Piano piano ho cominciato a
cercare i miei compagni d’università che avevano cominciato a
frequentare l’università di Roma e mi hanno aiutato nella mia
iscrizione alla facoltà di medicina presso l’università “La Sapienza”.
Mi sono iscritta subito al terzo anno perché mi hanno convalidato gli
esami sostenuti all’università di Mogadiscio. Fortunatamente ho potuto
usufruire di una borsa di studio ADISU e poi sono rimasta quattro anni
alla Casa dello studente di Casalbertone.
Nonostante questo la vita
dello studente straniero era in ogni caso difficile, non potendo avere
alcun sostegno morale ed economico dalla mia famiglia. Per questo motivo
ho avuto difficoltà a sostenere il numero d’esami necessario per
mantenere la borsa di studio dell’ADISU e così ho perso il posto alla
Casa dello studente. Mi sono sentita molto scoraggiata ed ho temuto di non
riuscire a terminare gli studi.
Grazie ad alcuni amici
sono entrata in contatto con un’altra organizzazione che dava sostegno a
chi voleva finire gli studi; con quel contributo ora sto proseguendo gli
studi con profitto ed ho quasi terminato. Quando diventerò dottoressa ho
come desiderio e progetto di tornare nel mio paese, per aiutare la mia
gente. |